dhalgren
splinder é in porcoddio manutenzione
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04.06.2007

nam litteris satis inquinatus est

clausus pavo pascitur, piumato amictus aureo Babylonico, rivestito del dorato piumaggio babilonico. ex auro solidoque elephanto, d'oro e di avorio massiccio... uaz uaz... l'elefanto!.. il cattivo pavone si pasce, vestito dell'aureo babilonico piumaggio... vestito di sole, vestita... la mulier amicta sole dello stentoreo dipinto di blake... e cattivo vuol dire "prigioniero"... il gioco dell'allegro demiurgo, chiuso anche lui nel basso mondo materiale a giocare ai quattro cantoni... levagli una costola e vedrai che te ne viene... meraviglia delle lingue, moltiplicazione dei piani e dei sensi, altro che quel giudeo illetterato... che non sapeva neanche scrivere e mai ha scritto, tranne una volta, nella polvere, una parola, che nessuno ha letto...

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28.02.2007

una volta queste cose le dicevo ai conoscenti, ed anche molto seriamente: senonché, nessuno ti crede.
o meglio nessuno può farci niente e dunque in fondo non può interessare a nessuno: come se ti raccontassero le turbolenze dell'atmosfera di saturno.

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10.02.2007


in his Writing and into the Flesh

ora dopo ora si snocciolano i numeri, i segni... le ricorrenze, si affollano, col loro maggico potere... e se non è questa volta potrà essere l'altra, come per la storia della fine dei tempi, viene viene e poi non viene mai, ma mica demordono, si aspetta un altro po'... tanto non manca molto, lo dicono a chiare lettere...

le fasi della luna e tutto il macchinario! del mondo, l'orologgione ticchettante... questo è il tempo, il senso del tempo dentro di me, il fatto... che ormai nessun giorno, nessun minuto è più vergine ma tutto è sacrificato alla memoria, o alle divinazioni, non c'è più l'istante e da ogni punto si irradia... questa attesa...

in questa attesa di una rivelazione... in questa attesa... di una rivelazione che... che non si produce... in questa... io non riesco.

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31.01.2007

Poi mi addormento ma continuo a sognare e sogno animali, o cose sporche. Sogno animali pelosi, grandi roditori dai colori pastello, io... non credo che sia appropriato... roditori che pascolano, pacifici. Anche conigli, verdi, cilestrini... carta da zucchero, talvolta rosati... nel prato dall'erba alta due palmi, nei sogni... quasi sempre queste scene tranquille... gironzolano, formano cerchi... e ognuno affonda il viso nel pelame del vicino... è una disperazione! Non so proprio perchè.

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30.01.2007

ma che aspetto.
anatre, rane... e il segreto del nim. goccia a goccia, come un'unzione.
a light sneeze.
musica musica sempre... avessi una bella voce, non scriverei.

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16.12.2006

in tanta desolazione, mi consolo meditando un mio speciale malestro verso la svizzera. Che se ne vada a fondo, quella merda d'una svizzera! non ne resti che fangaglia. Svizzera del cazzo. Una volta ho conosciuto una svizzera, si chiamava Vivienne, o Fabienne, e aveva la casa sul lago di Lucern! e il suo hobbi, giuro su cristo, era suonare al piano le melassate di Nyman: di lezioni di piano, giust'appunto; ma con due diti, perchè non sapeva suonare; però s'era impegnata, a fare quella lagna, per cui le riusciva, in un certo senso. Plan plan plàn plàn... e io, che ho suonato i clavicembalisti, le dovevo pure dire che era brava... in francese, perchè lei parlava francese e tedesco. Ossia, sosteneva di parlarli, ma io non ho mai sentito un francese più brutto... di quello degli svizzeri del cantone... tutti nel cantone, me li immagino... a parlare nessuna lingua, un misto... e già che c'eravamo si provò con l'inglese... che almeno quello lo parlano male tutti allo stesso modo, ma non c'era verso di capirsi... tanto valeva tornare al pianoforte! che io non suono senza spartito, perchè non ho mica il talento... so solo leggere la musica, per me è una cosa meccanica... mentre lei altro che Nyman non sapeva, non voleva sapere... ed aveva al suo dito un diamante... già a quell'età, che io mi facevo ancora le puniette... aveva al dito un anello tondo tondo, tutto d'oro bello chiatto, anellone nibelungo, d'oro rosso, custodito dai grifoni... in fondo al fiume dove mi auguro che l'abbia trascinata la piena... in fondo al lago così fine! così educato lago svizzerotto... nel fondo incrostato di ferraglie... di ossa... le ossa dei suoi pari! dei coraggiosi partigiani... rosica formaggi... coi loro mascheroni di legname e i campanelli... a forma di luna, neri, borchiati... come una minaccia... ridicola minaccia... tutto mi torna continuamente. La mia memoria, che suole essere inventiva...

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19.08.2006


ohi ohi vorrei
che qualcuno mi donasse un criceto...
lo vorrei proprio, un piccolo animale
per apparirgli di notte minacciosamente...
i cani, i gatti, si, ma sono animali
un poco troppo grandi, non come i criceti...
e il gatto, poi, vellutata ombricola,
non mi scambierebbe mai per il suo dio...
mentre il criceto...

andrebbe bene anche un cardillo ma i cardilli
si sa
non concepiscono il divino...
assorti nella loro stronza chiacchiera, non ricanoscono mica...
e d'altro canto, come pretendere
da quei residui di dinosauri
che abbiano mente alle cose dell'anima?
mentre i criceti....

il criceto ha le manelle quasi prensili!
ricorda un omiciattolo...
e poi è tondo e boffice, indifesa bestiola...
come suo cuggino il topo bianco
sperso nei labirinti...
ma più umano ancora e altamente simbolico
colla sua ruota dei tormenti...

al criceto sì potrei raccontare
fiabe della creazione
ed insegnargli i rudimenti di un culto
fondato sulla paura...
miei araldi il gatto e il cane,
nere forze della distruzione...
mwahahaa hahahah!!!
trema, criceto, trema!
ed allinea scorze di girasole...
nella Mia immagine...

ma perchè questa magia funzioni
io il criceto non lo posso comprare...
dev'essere un Dono venuto da fuori,
da una mano diversa.
come al cattivo demiurgo
servì un germe d'uomo
perchè senza non avrebbe potuto
nemmeno quel poco che ha fatto...

è un luogo terribile questo, dhalgren,
e non sempre si può fare quel che si vuole.
in questo luogo terribile...
che cosa vuoi fare?
un mondo tutto mio, in piccolo
abitato da criceti...
insegnerò loro le arti, e a plasmare la natura:
a sradicare le lattughe, a spianare
i monticelli delle talpe!
e dove le loro manelle non sapranno arrivare
costruiranno delle macchine,
per annodare i fili di molecole
e spezzare gli atomi riottosi...

ma la tua malizia si infiltrerà in loro, dhalgren,
e un giorno vorranno ucciderti...
mia regina questo è accaduto
ed accadrà sempre. dal male
nasce il male, eternamente.
sempre la creatura maledirà il demiurgo,
sempre rimpiangerà l'indistinto
e la sensibilità delle pietre.
ma anche questo rimpianto è meglio che niente
per cui (qui il manoscritto reca
morsi e morsi di criceto).

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28.07.2006

evil

Cinque anni fa camminavo con un trolley sopra la tangenziale di Napoli: mi avevano lasciato all'inizio di un curvone. Dopo dieci minuti stati a chiedere un passaggio, capii di fare una ben strana figura e mi vergognai: di essere solo con una valigia sulla corsia di emergenza; così cominciai a camminare.
Alla meta mancavano dieci chilometri, sarei arrivato di notte. Il pensiero che potessero mettermi sotto aleggiava vagamente, ma stavo andando a parlare di una cosa di cui non si può parlare, e avevo fretta. Erano le sette, io viaggiavo da dieci ore: macchine, treni, a piedi, pullmann, metropolitana, taxi, avevo preso tutto, per non mancare l'appuntamento col male. Avevo finito i soldi.
Dopo un po' si fermò una macchina, un tipo mi fece salire: andando ascoltava la radio e anch'io sentii la notizia, che avevano sparato uno a genova.
Pensai: cosa le dirò, quando saremo di fronte? Non c'è più niente da dire.
Il tipo disse: "Hai sentito? Questi stanno veramente esagerando". Doveva avere più o meno la mia età e non disse nulla della valigia, nè del mio viso da cadavere. Pensava ad altro anche lui, mentre la radio ripeteva la notizia che già tutti sapevano; tutti tranne me, che non avevo badato al mondo.
Stavo architettando con gran cura un discorso per spostare le montagne.
Soffrivo quietamente e dissi: "Non c'è più niente da fare: questo è reale. Questa è la realtà e nessuna parola le farà cambiare idea".
La radio non aveva più l'urgenza di due ore prima, quando il sangue era appena colato. Adesso tornava indietro, esplorava la vita di quell'uomo, la sua personalità, i motivi, che in tremenda spirale avevano causato la morte. Il tipo disse qualcosa, come se non avessi parlato.
In macchina dieci chilometri passano presto. Sceso, mi sarebbe bastato trascinare la mia valigia per altri cinquecento metri e poi sarebbe venuto il discorso che metteva fine ad ogni speranza, e poi avrei trovato un modo per tornare a casa, o una stazione dove dormire. Il giorno dopo avrei avuto dei soldi, mi sarei lavato, avrei pianto, probabilmente, e col tempo dimenticato. Di questa catena è successo quasi tutto.
Al momento, passata la prima cresta del male, riuscii di nuovo ad ascoltare la radio: i genitori, i giornalisti, i primi commenti del diluvio che sarebbe seguito. Il morto mi appariva senza forma, non avevo ancora visto immagini, non avevo idee nè opinioni. Sentivo solo che il tipo al mio fianco era una sbiadita riproduzione di me, come la sua auto, come la strada e tutte le auto, le colline, il sole già basso, troppo per la stagione, già basso nella mia mente; dall'auto in movimento, dai miei occhi... partivano rette fino alle terre remote: e non c'erano più individui al mondo, ma solo mie copie, copie del mio pensiero: la terra era a lutto, il cielo una massa di piombo: non c'era più vita, non ce ne sarebbe mai stata, mai più, in nessun luogo: la morte di quel ragazzo sparato era appena una particola del male, come un segnale beffardo, l'inizio della carneficina.
Più tardi, quasi tutto il dolore è sparito. Dopo cinque anni stento addirittura a trovarne il ricordo, e molto di ciò che dico l'invento, perchè mi è spiaciuto perderlo: per quanto facesse male, adesso che non c'è più niente lo rimpiazza. Era un'altra finzione, l'ennesima cosa senza peso.
Ma allora mi sembrava reale, e anzi il basamento della realtà; l'unica cosa reale, che sarebbe durata più della mia carne: ero un ragazzo con manie di grandezza e il viaggio stava finendo, adesso sarei sceso. In perfetto orario, nonostante tutto. Quasi in anticipo: come una condanna, mi muovevo veloce verso il macello.
A pochi metri di distanza da lei pensai di nuovo al morto di genova e sentii un'assurda compassione: perchè si diventa buoni! Si diventa anche buoni, prima di crepare. Dissi al vuoto: eri un perdente. Lo dissi sorridendo, come a una persona familiare.
Da quel momento entravo anch'io nel tritacarne della furia impotente, della guerra senza fine: avevo conosciuto brevemente quello che avvince gli umani, ma non l'avevo saputo tenere: dalla perdita sarebbe venuto il male, dal male la rabbia, dalla rabbia il disprezzo, e da questo la morte, la mia. A lungo andare, mi sarei ucciso con le mie stesse mani. Vedere il processo e non poterci fare nulla: come un insetto imprigionato nel ghiaccio. Per terra intanto si allargava il sangue di quelli che non sanno vivere, che non sono fatti, per vivere. Dentro di me si allargava il sangue, una risacca di sangue nella mia testa.
Ebbi ancora il tempo di pensare parecchie cose nei secondi sfiniti prima del verbo.

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14.07.2006

Ho un programmino che fa scorrere a lato le foto di tutta le gente del mondo: ho messo un filtro in modo che non appaiano panorami nè oggetti, cartelli, giuochi o vetrine, animali, niente se non le facce, che passano al ritmo di mille l'ora.
Tutti mettono la faccia su internet, tutti quelli che ce la possono mettere, e siccome da un po' lascio il computer sempre acceso, di notte e di giorno, e specie la domenica, allora passano ventiquattromila facce al giorno, che fanno otto milioni l'anno.
Senza ripetizioni, in sette anni sarà passata tutta l'Italia: in trentacinque, tutta l'Europa. Non riuscirò mai ad esaurire la superficie, ma questo lo sapevo già.
Naturalmente tra tutte queste facce, spesso orrende: volgari, stupide e bieche, ma anche belle, solenni, dure, casuali, io ne vado cercando solamente una; se questo si può dire cercare.
Passerà, io credo, di domenica, e non è probabile che la veda. Ma ho anche addestrato il mio computer a riconoscerla: l'ho fatto a memoria per cui può darsi... che me ne tiri fuori un'altra, una più simile... a quella che dovrebbe essere... perchè allora non fargliela cercare subito tra tutte, al ritmo di un milione all'ora?
E quando l'avesse trovata, cosa ti resterebbe da fare, dhalgren?
Perchè il punto non è: trovarla, quanto vederla passare così, per caso, quando sarà trascorso tempo bastevole a farne una cosa comune. Io ho insegnato ancora... a questa macchina gemella... come prevederne il passaggio, giusta le effemeridi e i ritmi circadiani, e le lunazioni, i cicli cometarii... lui sa già, può già sapere, tra quanti anni passerà, al ritmo di mille l'ora.
Io posso, e non lo faccio. Posso vederla, non è difficile, mi basta allungare la mano: ma allora a che sarebbe servito tagliare via un'intera sezione; metà dei polmoni, dei chili di viscere; gli anelli delicati della spina dorsale?
La foto al momento non esiste: il computer prevede che sarà creata e messa in linea tra tre anni, sei mesi e dieci giorni, da una persona mia nemica.
Sarà una foto di tre quarti, grande quanto un francobollo, presa con
l'inetto amore che io non sono.

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26.02.2006

l'oro degli scheletri

questa è l'ora prediletta, quando la luce entra da settentrione... per modo
di dire... dalla finestra più occidentale in realtà. l'ora come di mattina,
in cui si vede il fascio... lo rendono visibile i corpuscoli che ci ballano
dentro, di polvere... sicchè appare solido, colore dell'oro... e gli
scheletri e l'oro hanno questo in comune... che riemergono sempre.
aveva un anello, l'aveva rubbato... grande e grosso, tondo tondo, d'oro
giallo, nibelungo... magnifico per peso e proporzione... e affinchè gli
altri non lo vedessero e ne fossero invidi, l'aveva sepolto nella terra... a
poca profondità, vicino all'altro, quello d'avorio... in ogni mano aveva
cinque anelli, all'altezza della falange. erano anelli invisibili.
scoprì di averli una sera che era stanco... aveva poggiato la mano sulla
bocca tonda della lampada e, meraviglia!.. nella carne resa viola dalla luce
apparvero gli anelli. ne aveva uno per dito, esattamente... parevano fragili
ed erano d'acciaio... piriformi ed intricati... anche quelli voleva
seppellire.
scavò un pugno di terra, era inginocchiato a terra... anche allora la luce
passava orizzontale... basso il sole sulla terra, la mano nella terra...
sulle dita scintillava l'oro, l'oro! tutto d'oro il cerchio rubato... e
altri cinque dentro, nella carne... strinse il pugno, nel pugno l'anello
lanciava bagliori... attraverso la carne vedeva, vedeva...
la carne colore della fiamma e dentro... fino alla radice del polso, schegge
d'avorio, astragali... avevo questo tesoro e lo ignoravo... devo
nasconderlo... coprì tutto con la terra, ma l'oro riemerge! non importa
quanto a fondo lo sotterri... lo sapeva bene caino, lo sapevano i re
sanguinari... una corona d'oro è oggetto inquieto, specie se l'hai strappata
a un fratello... non la puoi nascondere.
scava, scava la fossa... prima o poi tornerà fuori... verrà la tempesta,
dilaverà la terra e un giorno... infilato nella radice nuda vedrai
scintillare un anello... vedrai, vedrai quella stessa mano spuntare dalla
terra, e al dito un anello... cinque anelli... per accusarti...
gettò un altro pugno di terra, calcò col palmo, ma non bastava... la luce
penetrava la carne, la terra, si infilava negli occhi e scendeva... anche
nei sogni vedeva l'anello, la lieve corona di ossa... dove posso
nascondermi... scaverò una buca più grande...
scavò, scavò ancora, entrò nella buca... si tirò addosso la terra per
coprire il bagliore... ora il sole era così basso, faceva freddo... farà
freddo qua sotto... un giorno mi troveranno... anch'io come l'oro riemergerò
dalla terra... per spaventare i selvaggi... ripulito della carne, tutto
d'oro... ogni osso un monile, un talismano... poi fu notte.

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07.01.2006

porco il dio delle piccole cose
  
alalalà...
le femmine che ne capiscono di macchine, doris day nella pubblicità dell'enel, l'enel in generale; i giornalisti che non credono all'omicidio per semplice odio, gli scrittorucoli che dopo il primo libro discettano di letteratura, come se scrivere e leggere non fossero due cose diverse e anzi inconciliabili; porco il dio! per tutte le piccole cose, per tutte le sveglie dei cellulari, per tutti gli lsu.
grr... per tutte le bariste rumene, per tutti i chiattoni... per i prati inglesi, le buste "espresso"... le acute "revisioni", e il salacio! come e dove stare un po' tranquillo, come coltivare l'indifferenza! se tutti questi figli di puttana stanno sempre attorno, mane e sera, porcoddio! io, io me ne fotto delle guerre, delle pesti, dei progressi, delle scienze... sono le piccole cose che mi mandano al manicomio ogni giorno...
come una melma profondissima, una diffusa camorra... la camorra dei merdi... come una trappola, io non ho scampo... e dire che non voglio un cazzo! non chiedo niente! figurarsi se volevo qualcosa... con quanta gente dovevo parlare... meglio morto che esplicativo... eppure devo, devo e basta... tutto 'sto peso, di tutte le cose... mettiamo che uno ha un migliaio di libri, a duecento grammi l'uno quanto fa?
i numeri che mi devo ricordare per sopravvivere... il codice fiscale, quello della banca, la tessera sanitaria, la targa, la patente... la password di questa pagina del cazzo, il telefono, la data e il luogo di nascita... perchè, cristo in croce, io mi devo ricordare queste cose? che ne sarebbe stato del buddha se avesse dovuto tenere pensiero a tante vergone? che ne è della grazia?
per sfogare la rabbia certi scalano i muri, altri picchiano i figli, scrivono ai giornali... a tutto c'è uno sfogo e tutto si neutralizza... la furia cresce solo nell'isolamento... si chiarifica, e chiarifica! e porta alla famosa decisione... quella di ammazzare qualcuno! perchè altra via non c'è, altra spiegazione... che ammazzare o essere ammazzati... ma io, qui, ho mille modi di parlare... e allora la pressione non sale mai, e non c'è uscita.
 
narciso e boccafica trenta euri
alcuni anni fa, quando internet era ancora una possibilità e non lo squallido reale, mai avrei pensato di ridurmi a questo, a parlare di niente con degli estranei. è possibile che quando andrò sulla luna troverò traffico e riunioni di condominio. decisamente, sognare si è fatto più duro.

grande califano... mi mette di umore elegiaco... sarà anche la stanchezza...

gennaio e luglio mi sono da sempre mesi disgraziati. le giornate paurosamente si allungano, la luce delle tre somiglia già a quella dell'estate. io non è che ami le brume però questa luce è così razionale
che... in fondo per tutti l'ideale sarebbe un posto buio e caldo, l'inferno.
per certi popoli primitivi ahimè non ancora sterminati il cielo è secco e luminoso e vi abbondano i giaguari, le persone tristi, gli arabi e le scimmie. negli inferi stanno invece la regina e il re, le persone sanguinarie, le formiche. quando verrà la mia personale fine del mondo mi piacerebbe trascorrere gli ultimi minuti giuocando a monopoli o qualcosa del genere, in segno di spregio. ci vorrebbe però un gioco che non duri troppo, perchè tendo a distrarmi.
nel 1963 il signor Samuel Butler fu colpito da una singolare forma di cecità isterica: non riusciva più a vedere il suo padrone di casa. ci parlava volentieri al telefono ed era ben convinto della sua esistenza, ma non lo vedeva. non si è mai riusciti ad accertare se al posto dell'uomo Butler vedesse una macchia o l'inconcepibile universo, ma certo è che l'inquilino sopravvisse e che la sua salute mentale non ne risentì più di tanto. padre esemplare, lavoratore scrupoloso, Butler si portò nella tomba la sua piccola stramberia, che è più di quento faccia la maggioranza degli umani.

il tema del segreto... mentre sto bello e buono mi viene in testa questa frasetta... mentre parlo con gli sconosciuti penso "il tema del segreto"... come se ne dovesse venire qualcosa... aspetta, si, aspetta... spetta che le stelle siano giuste.
allora sarà il momento
che avrai aspettato anche troppo
e lei sarà già andata.
lala la làaa...

mi accorgo che anche io ho fatto il rogo dell'epifania... senza volere, beninteso... avevo ritrovato tutta una cassa di vecchie carte della scuola, del liceo, dell'università... un quintale di carte, e non sapendo dove metterlo, l'ho dato fuoco. anche dar fuoco alle cose si è fatto più duro: devi andare in zone desolate, badare che il fumo si veda poco sennò chiamano gente, e soprattutto la carta brucia male, quella pressata dal tempo, intendo. così, il fuocherello stentava e io dovevo riattizzarlo di continuo con un bastone. nel rigirare i fogli, nel rimestare, inevitabilmente ho dovuto guardare, anche leggere... oggi qualcuno mi ha detto che nel suo paese si fa il rogo dell'anno vecchio... lo fanno da un sacco di parti... non sapevo di aver rispettato la tradizione e devo dire che questo rende la cosa più sopportabile, chissà perchè... due ore sono stato per bruciare quelle carte del cazzo... faceva un freddo, la carta brucia, senza calore...
le aberrazioni mentali sono così comuni da confondersi con i gusti personali. una domenica il gran mogol della camcatcha precipitò dal suo mulino delle orazioni e diede di coccio su un idolo laccato: il giorno dopo manifestò interesse per le cartoline tirolesi ante conflitto e non ci fu verso di farlo tornare alle dilette porcellane. in seguito, mentre la nazione precipitava nella guerra civile, il gran mogol diramò pel mondo ordinazioni di boccali sfaccettati a losanghe.
 
è proprio una sorte di merda, questa di farsi più vecchi, più umani. voglio restare sempre uguale

sonno stato sempre amante della rocciatura. ho letto da una parte che uno facendo free climbing d'un tratto si è detto: sono un maniaco, questo sono. la consapevolezza l'ha schiacciato allora, inchiodato sulla pietra. è rimasto tre giorni a bere la sua piscia appeso sulla roccia, fulminato dal pensiero di essere un maniaco, un maniaco totale. nella cintura multiuso aveva ramponi e coltelli, la sua mente tornava sempre a quelle lame. la notte, nel gelo, cercava di visualizzare il peso che lo tratteneva: l'idea di essere un maniaco stagliava ombre rotte sul ghiaccio, pareva un dado knor cresciuto a dimensioni inaudite, cosa porosa, minerale, cafferognola pur nel nero, orrenda. l'uomo non poteva più dormire, aveva le braccia intorpidite dal peso: sentiva che nelle vene non scorreva più sangue, che le estremità erano morte come di lebbra. tentò di far leva sul macigno con la sua autostima: questo per tutto il primo giorno; ma l'attrezzo non era adatto e non scalfiva neppure la superficie del dado. il secondo giorno, già per tre quarti immerso nel delirio, l'uomo si ricordò di una sottile lamina di cinismo che portava sempre dietro come portafortuna. la sfilò colle labbra dal bavero, aveva un brutto sapore, e quel seghetto immerse nella carne tenera del gomito, lì dove l'articolazione si complica. non uscì una goccia di sangue, si aprì la carne, ma restava l'osso. durante la seconda notte sognò i figli che non aveva e un giardino in cui una donna annaffiava i roseti; manovrava una pompa verde smeraldino e lui pensò anche io a volte sogno di avere una casa col giardino e quella donna che non conosco ma per cui provo un affetto quieto; peccato. venne l'alba del terzo giorno, chiaro come al solito e freddo. alla luce l'idea d'essere un maniaco appariva ancora più cruda, primordiale, colle sue mani sempre sotto. non aveva mai pianto per tutto il tempo e dubitava di avere ancora dentro abbastanza acqua per farlo. allora lasciò che la disperazione se lo prendesse, le gambe
cedettero sotto quel piombo; l'osso del gomito, teso oltre il limite, si svelse dalla capsula, e lui cadde pochi metri più in giù, libero.

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28.12.2005

conta il pensiero


                 sono un uomo vile; non le lasciai il mio indirizzo,
                 per eludere la sofferenza di aspettare lettere.

quando compri un libro per lei cerchi l'equivalente letterario della comodità praticità convenienza di un mobile svedese. Tolto il gusto personale, restano le caratteristiche oggettive: cerchi una volta tanto il "prodotto buono", quello di cui la gente dice: è buono, è ottimo. Ti accorgi pure che di questo settore, dei libri buoni e adatti, tu non sai granchè, come non sai valutare al tatto la qualità delle stoffe. Questo libro sarà buono, sarà leggibile? o troppo fesso, o troppo poco? siccome di lei non sai nulla, e dire che quasi ci vivevi, devi riferirti ad un ipotetico acquirente medio: in ciò ti aiutano le statistiche di vendita e le classifiche che tanto disprezzavi. Prenderai allora il primo in classifica? chiedi consiglio a qualche persona media, a una commessa:
scorrono titoli a migliaia: di viaggi, episodi e di complotti; di femmine esemplari, di assissinii; di templari: misteri & oscenità; cogitazioni lunghe, l'antartide e il demonio; di shopping, frivolezze e jonii; di feste primitive, medioevi, lupi, spie, topi intelligenti, oscar, tentazioni; ma amico mio qui si vede bene che al cuore del problema non ci arrivi, alla materia calda ed incresciosa. Qui si vede
che la tua diciamo abilità ha i suoi limiti.
Per non saperne scrivere, semplifichi: sfrondi, svuoti. Dici: queste frasi desolate esprimono a sufficienza il reale, che è altrettanto spoglio. Oh formula folle! come il villano fottuto che sconosce la parola equitazione... così riduci l'uomo a una sintassi elementare.
Ma non perdere il tempo mentre si avvicina l'ora, non cacariàre a vuoto: devi ancora prendere il libro, che è già di per sè un ripiego, e questo sarà scelto a caso, il ripiego del ripiego. Un bel libro col mare in copertina!
Dica quel che vuole, il senso del tuo gesto privato non cambia.

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12.12.2005

Nel periodo in cui stavo peggio e patecipavo alla lotta tra le forze del male e le forze del peggio, peggio, in quel periodo mi si dava un farmacon, lo psico tòn, che è una cosa da anziani.
Grazie allo psico tòn, che è amaro e puzza, spacciatomi nel caffè perchè non me ne accorgessi, ma io me ne accorgevo, io entravo nell'onirocosmo.
Nell'onirocosmo c'è una distinzione tra reale e potenziale che non si trova altrove. Non volendo, il farmaco amplificava le mia scarse capacità empatiche, dimodochè mi trovavo a condividere i sogni del vicinato.
In quel tempo, che poi è questo, la mia sofferenza non scemava. Al contrario, perdurava: si stabilizzava. Io non potevo vedermi in faccia, come non posso, epperò intuivo che la mia espressione non era di giuoia, e che non avevo molte possibilità.
Possibilità di cosa?
Le persone si sintonizzavano immediatamente sulla mia mutria, femmine che avrei voluto chiavare mi raccontavano i loro brutti sogni. Io non sognavo, mi bastava l'onirocosmo. Dopo le tre, nella mezza siesta del sistema, io galleggiavo tra le idee di molti. Idee non belle, a dire il vero.
Nel resto della giornata dovevo rispondere a domande pratiche, tipo che facciamo adesso? cosa è giusto e chi ha ragione? e come passare dal torto alla ragione. Queste domande e le risposte costituivano il fondamento dei miei modesti introiti e il disinteresse che provavo metteva in luce quante poche possibilità avessi.
di che?
Disinteressato, veramente. Le mie condizioni materiali non mi toccavano, sul serio. Era questo un segno dell'allontanamento dal mondo? non ci giurerei. Ma era certamente il segno di qualcosa.
Non trovando spiegazioni, andavo a capo sempre più spesso. Lo piscotòn abbondava tra i miei repasti, i miei repàs, avevo anche dei buoni pasto, targati repàs, e la mia mente vagava: io scrivevo romantici sms: io ero molto vicino al limite.
Sapevo esattamente cos'ero io. mai avevo dubitato di questo. Io sapevo cos'ero io e non c'era nessun dubbio, sapevo quel che volevo, e che non l'avrei avuto. Alcuni mi complimentavano di cinismo. Io non ero cinico ma genuinamente disperato, però questo non sembrava fare alcuna differenza.
Quando buttai tutto per aria, tutto relativamente, perchè io non posso morire, mi è vietato, non posso crollare, tante cose mi reggono, quando feci quel che non dovevo credetti di dover sentire gioia, che non sentii. Smisi lo psicotòn ma non cambiò granchè. Io tra me e me dicevo poco dio, porco dio, non c'è ragione per questo, non c'è ragione.
Ripetevo alla gente porco dio porco dio, sperando che succedesse qualcosa, ma non succedeva niente. Nemmeno lei succedeva niente, nemmeno lì serviva, le cose procedevano, io pure, non c'era parola che avesse la forza.
Nell'onirocosmo stavo bene, cioè stavo bene, per così dire normale, e ogni secondo la potenzialità diventava attuale, la vitualità diventava reale, io vedevo questo flusso delle cose, più o meno come un'onda, nessuno guarda mai un'intera onda, ma nell'onirocosmo si vedeva tutto, perchè non ero io a vedere.
Perdevo tempo. Il mio codice si deteriorava, il futuro diventava sempre più corto. Questo in quei tempi. Se mi fossi fermato a pensare avrei sclerato del tutto, ma fortunatamente altro dolore mi distraeva, quello fisico, che è pur sempre qualcosa, e dunque andavo avanti verso dove.

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05.09.2005

pelle fuori e maiale dentro

certo questi luoghi gialli... una città intera fatta della stessa pietra, alquanto porosa sotto il sole dell'una, sotto... mi è ormai difficile richiamare alla mente le figure. più che pietra sabbia impastata, facile da lavorare. un conto è sognare acque gelide, un altro affondarci... molto freddo, questo mare, non resisti più di pochi minuti... nel panorama piattissimo, costantemente giallo, campi di zucche, merle per l'aria... anche gazze, molte, più grandi che qui... del colore dei cremini, spèrse nel giallo mio colore fortunato, numero, e talismano... del mio nome...
le femmine sono come le salsicce
come le bistecche

l'uomo che attraversa i climi e le regioni cosa sarebbe senza la sua biblioteca... lungo i rami dell'albero della vita crucifissa in basso elefanti e grifoni, alessandro, dragoni; chiome di serpenti, braccia d'uomini come serpenti... albero con più cime, un simbolo pagano tra le vetrate sponsorizzate dalle corporazioni, una nave: una spada, un anello: una piramide onniscente... nelle cappelle mucchi di ossa, tra i più spaventosi le mani e il traforo del bacino... tutto l'albero una lezione di pietra, per la curiosità del buono popolo aguzzino...
quando sanguinano bisogna girarle
un buco con il grasso attorno
mi è presa questa mania, di cercare nei libri gli errori di traduzione... dice uno: sempre più peculiare, ed è invece il verso di alice. un altro dice: come in uno specchio buio, ed è il verso di paolo... questo è il mestiere che avrei dovuto fare, il correttore di bozze... non che mi piaccia, ma vi ho talento... le sorprese che riserva l'età, come un pùrpo impagliato... o un pescepalla... vendono ovunque pescipalla impagliati o per meglio dire enfiati e invetriati e anche dei pesci siluro che non sono neppure di mare per l'ingordigia dei turisti quei mangiamerda... e le stelle marine, grosse come ruote le spugne, morte le conchiglie ha tutto lo stesso aspetto, lo stesso lucore di plastica da farti pensare che sulla terra non c'è più nemmeno una creatura viva...
cos'è una femmina
d'intorno, rumore di macchine. sotto il palmizio... come mi piace la parola: palmizio... tra le rovine dei teatri greci ci girano i gatti... sulle terrazze della roccha ci mettono i bar... tra le piante di capperi... tutto è inesauribile e a niente c'è rimedio, tutto è inesauribile e a niente c'è rimedio... nemmeno alle radio locali... nei filari sempre uguali di alberi grigi... ma cosa preferiresti, una varietà infinita?.. sarebbe anche peggio... per fortuna ci sono i macdonalds e il loro equivalente spirituale... preferiresti una varietà infinita? vorrei, avrei voluto, vorrò. vendono gelati cogli smarties. vendono: scarpe di ogni colore, orecchini, libri sui briganti. pupazzi di cartapesta con le entragne di paglia di fuori, il filo di ferro dello scheletro. per fare paura ai bambini, per ornare le nicchie, le chiese.
ed esistono più cocktail del dovuto, più varietà di pane. campassi in eterno, non esaurirei mai la superficie. il numero e la variazione che sono la chiave, la porta, il palazzo. juda leon si diede alla permutazione e delle lettere e all'infinita variazione e infine disse il nome che è la chiave, la porta e l'eco, che è l'estraneo, e il palazzo. questa è la funzione che sola posso adibire... solo questa... io mi ricordo di aver letto le poesie di michelangelo, brutte come quelle di tutti i passionali... brutte senza rimedio, piene di sentimento... io di questo mi posso vantare, che non sono stato mai sentimentale, mai... avrei voluto, voglio ancora... essere scabro ed essenziale... non dovermi vergognare, non avere debiti... perchè conosco le regole del sentimento, e come provocarlo, ma non l'amo, e non

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26.06.2005

viaggio ad epidauro

su ogni cosa si deve dire una cosa definitiva; di ogni cosa si deve dire quello che è in sè, senza dubbi. Io non mi riesco a scordare il teatro di Epidauro: ne andasse della mia vita, non saprei dire adesso se era tondo o tagliato a mezzo, però risento chiarissimo il vuoto placato di quel viaggio.
Da un lato all'altro il teatro è forse cento passi di pietra chiara. Così dovrebbe essere ogni luogo e maneggevole mondo, non più di cento passi sotto il sole micidiale. Io so di fatto che ogni passo verso il centro è in salita ma pare il contrario: di scendere nella mezza sfera grigia, finchè ruotando vedi il limite tra quella e l'altra superiore, dal dolce colore di oriental zaffiro.
Dal centro del teatro è facile credere alla coincidenza tra il bello e il buono, e al peculiare destino degli umani. Il centro gravido di conseguenze, difficile da abbandonare: la mia ossessione per il centro delle cose. Nessun labirinto è intricato come la spianata chiara del teatro, nessuna trappola è più ingegnosa. Come gli egizi, i greci costruivano oggetti talmente belli che i loro dei ci restavano inchiodati.
Come ogni mondo, pure il teatro non è mai vuoto: ci sono altre figure ad attraversarlo e non sembrano goffe e segnate come quando ne escono. Come una lente sferica il teatro li deforma, e siccome deformi sono in partenza, ne appaiono rigenerati. Quando abbandonano il terreno consacrato è come se uscissero dall'acqua.
Io stesso ho dovuto lasciarlo, perchè faceva buio.

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17.06.2005

camere di sangue

la camera di sangue può essere un ripostiglio per le torture, come nei libri di Sade, o anche una vagina. Anche il cuore è una camera di sangue e, quanto a questo, anche il cazzo. Ciò che nel corpo consuma più sangue però è il cervello, il vero vampiro. Gli antichi credevano che con tutte le sue circonvoluzioni servisse solo a raffreddare il sangue, ed è così: il sangue parte dalla camera centrale caldo a trentasette gradi e scende di necessità nei lombi, dove resta sempre più inusato. Poi il cervello lo risucchia fino in cima e lo raffredda fino a zero. Il sangue ormai gelido rifluisce nella stanza centrale, dove si mischia col caldo: dalla differenza di temperatura nasce un gorgo orrendo. Non è il cuore che pompa il sangue ma il vortice che gonfia il cuore a intermittenza. Visto dall'esterno, il cuore è come un pugno avvolto nel sangue: al centro del vortice non c'è pressione. Ciò che vi cade esplode dall'interno.

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11.06.2005

cartuline

se da maratea prendi verso l'interno invece che il mare puoi sperderti per oltre sei ore tra colline gialliàte. forse israele nel suo momento di grazia somigliava a queste colline quasi nude, ciuffiàte di arbusti viola, di olivi grigi; striate di fuoco già adesso. tra un mese sarà tutta una vampa. anche qui, come nella terra di giuda, il deserto avanza. non c'è un fiume, un rigagnolo, canali neppure. restano i ponti di pietra e sotto le loro volte larghe un metro c'è solo sterpaglia, appena più verde. di botto dietro una curva della via omicida spunta un torrione giallissimo, il più grande torrione di sabbia del mondo. pare di vedere l'aria che se ne porta via le miche, che lo sbriciola un secolo dopo l'altro. così agonizzante, questa terra non è ancora morta. c'è qualche bestia tra le stoppie che frinisce malamente, come una pazzia. ci sono le lucertole e gli insetti di metallo.

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24.05.2005

ma che bella giornata... e che c'è di nuovo al mondo. sai, sai; sai troppo bene il cillo, lo strumento che suona come voce umana. chicco di miglio, vaniglia, vermeglio, gheriglio. la litania degli spostati cresce. a-tìtti tattà tà: lui si credeva un chicco di miglio: temeva di uscire, che lo beccassero gli uccelli. molti anni prima raccoglieva canarini. canaries. cano, canor. e cane viene da canor. come sono delicati i canarini! bisognò nasconderglieli. quando cadevano, li rimpiazzava con altri. chi poteva saperlo? ma bisognò nasconderli, perchè lui vedeva. e quando fu più grande, ebbe paura di suo figlio. giocava coi canàri come aveva giocato coi conigli, i coniglietti di natale. quello guardava, cercava sempre in ogni buco, sotto la terra. che strazio doveva essere per lui quel figlio! vedeva la casa della sua anima crollare. nell'aria piena di sabbia stavano gli occhi chiarissimi il suono come di voce umana.

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03.03.2005

fumava, fumava, e la sera gli dolevano i polmoni. un passo alla volta consumava il tempo e dietro di lui gli errori, le inesatte percezioni, la sbadataggine sprezzante, il calo di zuccheri, la stupidità sua propria scavavano tanti bucherelli nella polpa del destino e preparavano, oh covavano! la catastrofe, come i buchi negli alveoli il tumore, e i buchi nelle vene l'aneurisma, e quelli nella faccia l'abbandono, che è una malattia di buchi, tanti piccoli e vicini, puntinati forellini nelle pareti cellulari, per lo scambio che brucia, acqua e carbonio e nu' poche d'enzimi per la fornace intima, o' mitocondrio! la centrale d'energia, la reazione del suo sè e la tempesta dentro al cranio, delli elettroni. la tensione di una pila alimentata a ciucculata e sevenàp, la pila che era lui e che sull'anodo e il catòdo s'appanava, ionizzava! la puttana ionizzava e scaricava e ogni giorno passava meno corrente, s'ossidavano i poli, maghnietici poli come di pupazzo a calamita, una per la testa e due nel culo, per le gambe, e braccia e mani separate, le mani sopratutto, che aveva belle, lo dicevano tutti.

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28.02.2005

diunar3sainvincibile

Per lungo tempo, per anni, la sua strategia s'era ridotta al non esserci. Mentre le cartelle esattoriali si accumulavano sul tavolo, le blandizie della banca, le bollette e la pubblicità dei master... lui non se ne dava per inteso. Fuori casa c'erano tre piccoli gatti, non cuccioli, solo di taglia piccola, e a lui piacevano, ma era allergico, per cui non li toccava. Mangiava soprattutto carne e cioccolata, perchè è facile, e però la grande macchina non si lascia sfuggire una sola delle sue vittime, mancone una, quasi fosse senziente e attiva, guidata da una volontà maligna. Tutte le mattine erano un dono largito dal mistero, dal turpe mistero del mondo. Così gli dicevano la chiesa, la ragione e le viscere, che era un dono equivoco, discutibile dono dell'uno. Lui era nato per campare quattrocento anni prima, tra i ponderosi glossatori della parola, e il mondo attuale gli riservava solo dispetto, dispetto d'altro canto reciproco. Di notte, quando è più
facile illudersi, si moriva spesso di freddo, ma la noia di ogni precauzione, lo sfizio suicida del peggio, lo trattenevano nel cuore della macchina, dove carne sangue e cervello, ego istinto e ragione si disputavano la sua spoglia vivente e lui, tolto il superfluo, restava un occhio
spalancato e malevolo, partecipe della natura delle cose, anche lui, non migliore, assassino in potenza, nemico del mondo, nemico, dentro, ficcato al centro e inchiodato senza scampo, nel cuore del suo cuore immobile.

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15.02.05

stanotte mi sono sognato che usavo gem. GEM! chi se lo ricorda, gem? mi
ricordo una copertina alla escher. erano i tempi dell'8086! era il 1984.
avevo nove anni.

"Ripensai alle rondini sotto la gronda della mia vecchia casa, il movimento improvviso della testa dei piccioni, la sorveglianza dei falchi, in alto "

il fatto di avere nove anni è una caratteristica che si è staccata da me: oziosamente mi chiedo come potevo essere. Anzi, cosa poteva essere quello. Aveva già delle idee politiche? era felice o no? impossibile dirlo. Guardando da fuori, da qui, io so solo che il suo carattere, fuso nello stampo genetico, s'andava confermando. Tutti gli eventi e ogni cosa, il gem, l'esplosione di Cernobyl, il trasloco, la rivista "Più", il film di Flash Gordon e le cuciture di un pallone, tutti ed ognuno sembravano attaccarglisi addosso come lego, negli incastri opportuni. La pioggia di materia, il fiume, il fiume del reale, non ne cambiava l'essenza, e il tabernacolo della sua anima era già chiuso. Su un basamento nero quattro colonne di roccia porosa: a nord, l'intelletto; a sud l'attesa. A est lo squilibrio e ad ovest, la fame. In cima una guglia di ferro arrogante. Ma lui se ne andava inconsapevole, giocherellava, gli pareva che non ci fosse poi niente di male.

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06.02.2005

dhalgren lo stregone non aveva fede nella magia.

quando gli arrivò il messaggio lui seppe per istinto di chi era. prima di leggerlo, ne conosceva già ogni lettera. eppure questo non significava nulla. data la situazione di partenza, i parametri generali dell'universo e un tempo sufficiente, la curva del disastro inesorabilmente si compiva.
tremava come se da quell'invito dipendesse la sua vita. e in effetti era così. giocherellò col telefono, cancellò il messaggio. non bastava: bisognava rispondere, prima ancora decidere.
"non posso decidere. se ora non fossi così calmo... oh, allora si, se fossi furioso! ma è domenica".
la sconnessione dei suoi pensieri lo colpì dolorosamente. si accorse che stava camminando avanti e indietro.
"già le sette, manca un'ora. io così non durerò un'ora".
accese il computer, avviò i soliti programmi. con gesti automatici si mise a scrivere. da sempre consumava il tempo a quel modo e se certo non aveva alcun valore terapeutico, almeno lo impegnava. come intrecciare canestri, pensò, e così elevava un'altra barriera. non solo scriveva per non vedere la realtà, ma rimuginava sulla scrittura per non vedere neanche quella.
due è già infinito, scrisse. poi cancello, poi lo riscrisse. col destro fece partire una ricerca. possibile che su otto miliardi di pagine quella banalità non esistesse ancora? nell'ammasso sterminato di discorsi una combinazione inedita. mai si era sentito così solo.
"ho già deciso, non andrò. con quanta docilità mi ritiro dalla vita, mettendola da parte con le mie stesse mani".
citava come altri pregano. un gesto del tutto inutile, perchè non aveva mai creduto in niente se non in sé stesso.
"io sono dhalgren. anche con le mani gelate e gli occhi bassi, io sono dhalgren e nessun altro. questa cosa terribile che sono mi farà vivere".
alzò gli occhi. nell'acquario della rete nulla era cambiato, ogni carattere scintillante come al solito. anche per te l'ora si compie.

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15.01.2005

è impossibile togliersi dalla mente l'idea che sarà anche stata una tragedia ma adesso dopo l'uragano la spiaggia ha un aspetto migliore, purgata, liscia.

qui c'è un po' di sole ma fa talmente freddo che scrivo coi guanti. la caldaia non funziona. mi sfotto di uscire però dovrei, perchè in effetti non ho manco niente da mangiare. dimenticato di fare la spesa.
mah. uscirò quando finiranno le sigarette.
ho la televisione, il lettore dvd, computer e connessione, cellulare. pago le bollette da qui, posso copiare musica, vedere foto di ogni luogo, fino a titano. potrei pure parlare con la gente, se mi interessasse.
detesto guidare, non sono una persona socievole. benchè giovane, da anni non vado in vacanza. non  saprei che fare. il prossimo mi è sostanzialmente alieno.
dormo male, fumo troppo. le mie idee politiche sono confuse e radicali, la mia speranza nella società nulla. mi rendo conto che questa visione delle cose ha qualcosa di meccanico e spietato, ma non ne conosco la ragione. so che è sbagliata, o quantomeno parziale, ma da questa consapevolezza non viene nessun cambiamento. è come nei sogni quando sai di sognare.
la cosa che più mi disturba è non saper controllare il mio viso. sono sicuro di fare delle smorfie, di reagire in modo visibile anche quando la mia mente rimane fredda, perchè poco mi interessa e ancora meno mi tocca, ma la carne ha le sue regole, e io non posso farci niente.
detto questo, credo di essere un individuo normale. in passato ho fatto dei test psicologici per questo o quel lavoro: sempre risultato nella norma, con una lieve tendenza al panico. è possibile che il mio ambiente ideale sia la paura, e che cerchi in qualche modo di ricrearla.
inconsciamente, io preparo la catastrofe.

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07.01.2005

ci vorrebbe una disciplina che invece di aiutare la gente a superare i traumi, che è come aiutarli ad invecchiare o avere fame e sonno, l'aiuti a non superarli, la confermi nel trauma; in der traume.

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01.01.2005

nil mihi vobiscum est

"vide in lei quella voluttà del commiato
che subito distingue le coscienze eroiche
oltrecché le menti a insaputa loro suicide.
Luce della divina scaturigine,
se ne dipartiva alfine per discendere,
discendere,
in una più perdonabile vanità.
Rientrava nell'indistinto, in quanto, diceva,
l'indistinto soltanto, l'Abisso,
o Tenebra,
può ridischiudere alla catena delle determinazioni
una nuova ascesi, un'onda di coerenza nuova.
Quel buttare, quel dissipare tutte le cose
che più contano, le più tenute a chiave,
come per chiudere al centesimo il bilancio:
un dono sinistro, e un enigma.
Ma lui la richiamava dal luogo donde promana
ogni lontananza. dal buio e dalla notte rivoleva
il fiore, col suo scerpato stelo, e il quanto perduto di sua vita."

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26.12.2004

a.i.

si accorgeva delle feste dallo spam che aumentava e ammicava colorato più
del solito colorato più del solito colorato. nella sua mente giravano poche frasi fisse, si svegliava pensando all'acqua calda di una piscina dove imparando s'addormiva, chiudeva gli occhi nell'acqua, gli era riuscito solo una volta, di addormentarsi nell'acqua e di andare a fondo, l'avevano risollevato dal fondo dove lui aprendo gli occhi azzurri vide la forza che si accumula nei circuiti del mistero, nell'azzurro elettrico della piscina, nell'azzurro della retina vedeva ed ero quella forza che si accumula nei circuiti del mistero.

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13.12.2004

il velo nero

e s'è mutato in qualcosa di orrido / col solo nascondersi la faccia.
"perchè tremate solo di me?" egli gridò volgendo attorno il velo nero
al cerchio dei pallidi astanti. "tremate per voi tutti".

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10.11.2004

"si pensò che la sua malattia, ancora poco conosciuta,
coincidesse in qualche modo col declino del comunismo"
questa frase in origine era impersonale, ma a me mi suona più riflessiva:
io mi penso che la mia malattia, ancora poco conosciuta,
coincida in qualche modo col declino dell'occidente.

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27.10.2004

nella grande luminosità del mattino

rileggo quel che ho scritto e non mi sembra buono. soprattutto, non è utilizzabile: che me ne faccio? in ogni caso, qui è una settimana che la luce delle otto ha una strana qualità. è avara e ragionevole come sei mesi fa, e sei mesi prima, e così all'indietro, finchè ho memoria. è granulosa, pare quasi che macchi, invece non lascia sulle cose nessun segno.

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